Massimiliano Marcellino
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Idee in Campus Articles Series, 2000
15 maggio 2000

Come combattere il lavoro minorile
di Massimiliano Marcellino (IGIER-Università Bocconi)

I bambini che lavorano nel mondo sono molti di più dell´intera popolazione italiana. Molti di loro vivono in Asia (circa 56 milioni nel 1990), ma anche i valori per l´Africa sono in aumento (oltre 16 milioni nel 1990). E questi numeri, riportati più in dettaglio nella tabella, sono probabilmente una sottostima: secondo l´International Labor Organization, nel 1995 più di 250 milioni di bambini erano dediti ad attività lavorative a tempo pieno o parziale. Di fronte a cifre di questo tipo viene spontaneo chiedersi perché non vengano prese misure per eliminare o almeno ridurre il problema. Dal punto di vista economico, è importante esaminare le cause e le conseguenze del lavoro minorile, in modo da poter delineare degli strumenti di intervento efficaci. E´ molto interessante per questo un recente articolo di Kaushik Basu (pubblicato nel Journal of Economic Literature del settembre 1999), che riassume i punti principali del dibattito.

I modelli teorici che gli economisti hanno sviluppato per spiegare il lavoro minorile si differenziano per le ipotesi sull´interazione tra genitori e figli. In alcuni casi si assume che i figli possano decidere autonomamente se e quanto lavorare, ma tale ipotesi non appare in generale molto realistica in questo contesto. Più sensato è assumere che siano i genitori a decidere se far lavorare i figli, guardando o meno anche agli interessi di questi ultimi. Quando i genitori si disinteressano del benessere dei figli, i modelli si concentrano nello spiegare il livello di salario dei bambini, e la percentuale che viene loro corrisposta in natura sotto forma di alimenti, entrambi determinati dalla contrattazione tra genitori e datori di lavoro.

CONTA IL CUORE DEI GENITORI

Più interessanti, e probabilmente realistici, sono quei modelli che invece ipotizzano che i genitori abbiano a cuore il benessere dei figli, e non li farebbero lavorare se il reddito familiare fosse sufficientemente elevato. Tipicamente in questi modelli vi sono due situazioni possibili: o lavorano sia i genitori che i figli, i primi con un salario basso, o lavorano solo i genitori ma con un salario alto. L´idea di fondo è che sia l´offerta di lavoro da parte della famiglia a determinare il salario: se solo i genitori sono disposti a lavorare le imprese dovranno pagare salari più elevati ai pochi lavoratori sul mercato. Se invece anche i bambini sono obbligati a lavorare, entreranno in competizione con gli adulti e questi ultimi dovranno accontentarsi di un salario più basso, che a sua volta rende necessario per la famiglia il lavoro dei bambini. Ovviamente si può obiettare che questa non è una caratterizzazione appropriata del mercato del lavoro nei Paesi in via di sviluppo, ma il messaggio rilevante rimane valido: se le condizioni economiche della famiglia migliorano il lavoro minorile diminuirà. Un esempio è proprio quello dell´Italia: nel nostro Paese negli anni ´50 quasi il 30% dei bambini tra 10 e 14 anni lavorava, percentuale scesa al 10% negli anni ´60, al 4% negli anni ´70 e ormai a valori inferiori all´1%.

Una possibile soluzione al problema del lavoro minorile è quindi quella di aspettare che i Paesi più arretrati si sviluppino, riducendo anche l´importanza di settori come l´agricoltura, l´allevamento o l´industria a favore dei servizi, dove più difficilmente un lavoratore bambino potrebbe sostituire un adulto. Ma questo processo potrebbe richiedere molto tempo, ed essere ulteriormente rallentato proprio dal fatto che i bambini debbano lavorare invece che studiare, e quindi acquisiscono meno conoscenze. Dal punto di vista della società nel suo complesso la minore accumulazione di "capitale umano" dovuta al lavoro minorile può costituire una ragione economica per interventi più diretti, oltre agli ovvii motivi etici e sociali.

Gli interventi finalizzati a contrastare il lavoro minorile possono essere di diversa natura. Quelli più drastici sono divieti espliciti di impiegare lavoratori al di sotto di una certa età. Tali provvedimenti hanno però due inconvenienti. Primo, sono difficili da controllare, in quanto i bambini potrebbero essere comunque assunti in modo irregolare, cosa che probabilmente peggiorerebbe ulteriormente le condizioni contrattuali. Secondo, se il lavoro minorile era una fonte importante di reddito per la famiglia, i bambini potrebbero trovarsi in una situazione di povertà ancora più accentuata. Per questo è preferibile sostituire, almeno in una prima fase, il divieto di lavoro con l´istruzione obbligatoria fino ad una certa età, gratuita e idealmente accompagnata da un contributo in natura per il sostentamento del bambino, ad esempio sotto forma di pasti gratuiti nella scuola. Il costo di una tale politica è ovviamente elevato, ma andrebbe considerato come un investimento, anche da parte dei Paesi più sviluppati, eventualmente da far ripagare parzialmente alla generazione che ne ha beneficiato.

Provvedimenti finalizzati a migliorare le condizioni dei lavoratori adulti potrebbero anche essere utili, ad esempio l´introduzione di salari minimi. L´impatto sulla disoccupazione dovrebbe essere limitato, a patto di conservare il vantaggio relativo in termini di salari più bassi nei confronti dei Paesi più sviluppati. L´inserimento delle donne nel mercato del lavoro potrebbe invece avere effetti più ambigui. Da un lato il reddito addizionale potrebbe rendere non più necessario il lavoro dei bambini. Dall´altro la necessità di accudire i figli più piccoli potrebbe trasformare il lavoro minorile da esterno in domestico. Il risultato finale dipende probabilmente dall´ammontare del reddito addizionale. Anche un migliorato accesso al credito per le famiglie potrebbe in alcuni casi ridurre il lavoro minorile, ad esempio quando questo è dovuto a necessità temporanee come la malattia o la disoccupazione del capo famiglia.

INTERVENTI DALL´ESTERO?

Abbiamo finora considerato una serie di provvedimenti, legislativi e non, implementabili dal Paese di residenza dei lavoratori bambini. Altre misure possono essere prese dai partner commerciali di questo Paese o da organizzazioni sovrannazionali. Ad esempio, si potrebbero adottare misure restrittive per le importazioni da Paesi che non proibiscono il lavoro minorile, o richiedere di evidenziare nell´etichetta che i prodotti non utilizzano lavoro minorile, come già praticato da alcune catene di distribuzione. Misure di questo tipo vanno comunque ponderate con cura per assicurarsi che la loro adozione sia davvero finalizzata a migliorare la condizione dei bambini e non a favorire imprese nazionali o gruppi di pressione.

Il ruolo delle organizzazioni sovrannazionali, come la World Trade Organization o l´International Labor Organization, è duplice. Primo, favorire il dialogo tra i Paesi dove più è diffuso il lavoro minorile in modo da portare all´adozione di misure comuni che non danneggino la competitività relativa dei singoli Paesi. Secondo, introdurre dei requisiti minimi sugli standard di lavoro da soddisfare per poter esportare le merci. Tali requisiti però, se imposti contro la volontà dei Paesi, verrebbero applicati solo nei settori dediti all´esportazione e sarebbero difficili da controllare. Il compito di consigliare, riunire e mediare le esigenze dei diversi Paesi in via di sviluppo appare quindi più rilevante. In conclusione: diverse misure, legislative e non, potrebbero migliorare la situazione, ma la loro riuscita richiede sia la cooperazione tra i Paesi in via di sviluppo che l´aiuto dei Paesi più sviluppati.

CALANO IN ASIA

(Numero di lavoratori bambini, sotto i 15 anni, in milioni)

1980 1985 1990

Mondo | 87.867 80.611 78.516

Di cui:

Africa | 14.950 14.536 16.763

Americhe| 4.122 4.536 4.723

Asia | 68.324 61.210 56.784

Fonte: Ashagrie (1993), Statistic on Child Labor, ILO, Ginevra