Massimiliano Marcellino
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Idee in Campus Articles Series, 2000
7 febbraio 2000

Campagne anti-fumo. Quale funziona meglio
di Massimiliano Marcellino (IGIER-Università Bocconi)

Il fumo è ormai diventato una delle principali cause di morte tanto nei Paesi sviluppati quanto in quelli in via di sviluppo, nei soli Stati Uniti un quinto del totale dei decessi è attribuito ai terzo per gli anziani. Cifre come queste sono state usate spesso per giustificare una serie di misure restrittive che vanno dal semplice incremento delle imposte sul tabacco, al fine di aumentarne il prezzo di vendita e scoraggiarne il consumo, a restrizioni sulla pubblicità di prodotti derivati dal tabacco, accompagnate talvolta da campagne di informazione sui rischi derivanti dal fumo, fino a espliciti divieti di fumare nei luoghi pubblici e negli ambienti di lavoro privati. Ma queste misure servono davvero per ridurre il numero di fumatori o almeno per limitare il consumo di sigarette? La questione ha attirato l´attenzione di molti economisti e i risultati principali degli ultimi anni sono riassunti in un interessante articolo di Chaloupka and Warner (The economics of smoking, Nber working paper 7047, http://papers.nber.org/papers/w7047).

Un primo punto sul quale l´accordo è unanime è che aumenti delle imposte sul tabacco, e più in generale del prezzo di suoi derivati, ne riducono il consumo. Sebbene questo appaia un risultato scontato, non lo è quando si tenga conto della dipendenza che il fumo crea, dipendenza che potrebbe portare aumenti di prezzo a tradursi semplicemente in aumenti di spesa e non in riduzione di consumi, come avviene in effetti per alcune droghe. Circa metà della riduzione nel consumo di tabacco è dovuta alla decisione di smettere di fumare di alcune persone, mentre l´altra metà deriva da una diminuzione del consumo pro-capite. L´entità esatta della riduzione non è nota, ma una stima ragionevole, nel caso degli Stati Uniti, suggerisce che per avere una diminuzione di un punto nella percentuale di fumatori sull´intera popolazione (attualmente su valori prossimi al 25%) sarebbe necessario un aumento dei prezzi dell´ordine del 20-40%. Appare quindi difficile ottenere una riduzione sostanziale nella percentuale di fumatori utilizzando aumenti contenuti nelle imposte sul tabacco, e raddoppiare o triplicare il prezzo delle sigarette non appare fattibile in molti Paesi, almeno in un arco di tempo limitato. Bisognerà per questo ricorrere ad altri strumenti.

Una possibilità che ha suscitato periodici dibattiti negli Stati Uniti è il divieto di pubblicizzare il tabacco e i suoi derivati, operante al momento in Italia ma non negli USA. L´opinione comune è che la pubblicità abbia un effetto importante nell´aumentare il consumo di tabacco, soprattutto tra i giovani, sia attraendo nuovi "clienti", sia diminuendo gli incentivi dei fumatori a smettere, sia soprattutto contribuendo a far accettare il fumo come una componente normale della vita sociale. Questi effetti sono tuttavia difficili da quantificare. Un problema simile si pone per la valutazione delle campagne informative sui danni derivanti dal fumo, il cui ruolo positivo è però unanimente accettato.

L´ultimo strumento che consideriamo per ridurre il numero di fumatori e il consumo di tabacco è l´introduzione di espliciti divieti di fumare nei luoghi pubblici e negli ambienti di lavoro privato, divieti che diventano sempre più comuni con la crescente consapevolezza degli effetti altrettanto nocivi del fumo passivo. L´analisi più recente e accurata, ancora una volta per gli Usa, è quella di Evans, Farrelly e Montgomery (Do workplace smoking bans reduce smoking? American Economic Review, Settembre 1999). Dai risultati di questo studio emerge che il divieto di fumare ha un effetto notevole, portando in media a una riduzione di oltre cinque punti nella percentuale di fumatori tra i lavoratori in ambienti protetti, e a una diminuzione nel loro consumo di circa 2,3 sigarette al giorno. Per raggiungere risultati simili attraverso la tassazione, il prezzo delle sigarette dovrebbe almeno raddoppiare. Inoltre, questi effetti benefici sono tanto maggiori quanto più lungo è l´orario di lavoro, cosa che in effetti aumenta il "costo" del divieto per i fumatori e gli incentivi a smettere.

Queste conclusioni vanno però interpretate con cautela. Se a esempio lavoratori non fumatori preferissero lavorare per imprese che introducono divieti di fumare, allora la diminuzione della percentuale di fumatori potrebbe derivare da una mutata composizione dei lavoratori di queste imprese e non dal fatto che una parte dei lavoratori smette di fumare. Similmente, se le ,imprese adottano anche altre politiche mirate a tutelare la salute dei loro dipendenti, come sussidi per attività fisiche o controlli medici periodici, potrebbero essere queste e non il divieto di fumare le fonti della riduzione del numero di fumatori. Se invece le imprese che adottano il divieto sono quelle con il più alto livello di fumatori abituali, allora gli effetti in imprese con fumatori meno accaniti potrebbero essere anche maggiori. Modificazioni dell´analisi per tener conto di queste complicazioni non ne cambiano però i risultati di fondo.

In conclusione, da quanto detto emerge che le campagne informative sui danni derivanti dal fumo e i divieti di fumare imposti per legge o adottati volontariamente dalle imprese sono gli strumenti pubblici più efficaci per ridurre il numero di fumatori o almeno limitare il consumo di tabacco.